Stefano torre campione subbuteo piacentino

Il calciotavolo, il subbuteo, è un quasi sport: questo ormai è assodato. Eppure ci sono momenti, piccole alchimie umane, che in modo prepotente — quasi brutale — riportano il gioco a ciò che era un tempo, quando il romanticismo prevaleva sull’agonismo.

Stefano Torre ha vinto il campionato piacentino. Stefano Torre è una persona con una volontà d’acciaio, ma con il fisico che non tiene il passo. Stefano Torre è l’uomo bionico.

### Il giorno in cui il panno verde decise di ascoltarmi

**Sono io il nuovo Campione Provinciale di Subbuteo.**

Scritto così, nero su bianco, sembra quasi semplice. Una riga di comunicato, una di quelle che scorrono veloci come i risultati sportivi del lunedì. E invece no. Perché dietro quella frase — *a sorpresa, Stefano Torre, il giocatore bionico ha vinto l’edizione 2025 del torneo* — c’è un racconto che chiede lentezza, attenzione, rispetto. Come si fa con le cose fragili che, per qualche misteriosa ragione, resistono.

Domenica 21 dicembre, a Gerre dei Caprioli, in provincia di Cremona, ho disputato il Campionato Provinciale Piacentino di Subbuteo 2025, valido per il circuito del Subbuteo Tradizionale. È stata una giornata vera, lunga, densa. Di quelle che non finiscono quando finisce l’orologio, ma continuano a lavorarti addosso anche dopo. Il torneo si svolgeva a latere del prestigioso Guerin Subbuteo di calcio tavolo ed era organizzato dal club Stradivari di Cremona: panno verde tirato a lucido, miniature allineate come soldatini pronti alla battaglia, silenzi improvvisi, respiri trattenuti.

La formula era quella del girone all’italiana: nessun riparo, nessuna scorciatoia. Tutti contro tutti. Vince chi tiene, chi legge, chi sbaglia meno. Al termine della fase regolare, la classifica ha restituito un verdetto tanto semplice quanto scomodo e clamoroso: io e Gustavo Roccella, campione provinciale in carica e favorito della vigilia, eravamo appaiati in testa. Parità. Spareggio. Ultimo atto.

La finale di spareggio si è chiusa sull’1-0 per me. Un risultato secco, essenziale, quasi brutale. Non una vittoria “bella”, ma una vittoria vera. Ho costruito pochissimo gioco offensivo: pochi tiri, pochissime occasioni. Un solo tiro, quello giusto, si è trasformato in gol. Una carambola, un rimbalzo irregolare, il pallone che si impenna improvvisamente come se avesse deciso da solo di disobbedire alla geometria. Imparabile.

Gustavo, al contrario, ha fatto la partita. Tiri a raffica, pali, traverse, parate che sembravano miracoli domestici. Il mio portiere è stato unanimemente giudicato il migliore in campo: un muro, o forse una porta rimasta chiusa per decisione superiore.

Già nella fase a gironi, il nostro scontro diretto aveva anticipato la tensione della finale. Un 2-2 che sapeva di prova generale. Ero sotto 0-2 all’intervallo, poi sono rientrato in partita e ho ribaltato l’inerzia dell’incontro. In quell’occasione avevo anche segnato un terzo gol, poi annullato tra le polemiche. Una rete contestata, destinata a restare nella memoria collettiva del torneo. Quel pareggio, di fatto, mi sfavoriva: non sono un giocatore da spareggi, più per emotività che per altro, e non ho mai avuto una grande tenuta alla distanza.

Tutto lasciava presagire che il favorito fosse Gustavo. Eppure il Subbuteo è una liturgia strana e severa: non vince chi tira di più, ma chi sbaglia di meno. Chi resta. Chi accetta il limite.

Ed è qui che il comunicato ufficiale smette di bastare.

Io arrivavo a questo torneo dopo un’estate fisicamente devastante. A inizio giugno avevo subito la sostituzione dei neurostimolatori cerebrali. Nei mesi successivi, fino a metà settembre, si erano susseguiti problemi, dolori diffusi, rigidità, affaticamento. Il corpo non rispondeva, si ribellava. Stare chinato sul tavolo del Subbuteo, per ore, significava pagare ogni minuto con un mal di schiena impressionante. Nessuna agilità, nessuna freschezza.

Eppure ho retto l’intero torneo. L’ho attraversato. Ho stretto i denti, accettato il dolore, lasciato che il corpo facesse ciò che poteva mentre la mente restava lucida. Una settimana dopo, i conti da pagare sono ancora tutti lì: il corpo fermo, inchiodato. Ma quel giorno no. Quel giorno sono andato oltre.

Questo successo, pur fortunoso, credo significhi molte cose.

La prima è che le tue forze non bastano quasi mai. La seconda è che, anche quando non bastano, occorre crederci ed essere disposti a dare tutto ciò che si ha, anche quando sembra poco, anche quando sembra insufficiente. La terza è che vincere, in sé, non conta nulla — nulla davvero — se non come segno. Come conferma ostinata che il limite non è sempre l’ultima parola.

Non è stata una vittoria bella. È stata una vittoria fortunata. Ma è stata una vittoria. E la soddisfazione è stata enorme, sproporzionata, quasi commovente. Perché il Subbuteo, in fondo, è questo: un gioco serissimo che ti mette davanti a te stesso, inchiodato su un panno verde, costringendoti a fare i conti con ciò che sei in quel preciso momento.

A completare il podio, **Marco Belloni**, terzo classificato, e **Massimo Farina**, quarto, protagonisti di incontri intensi e tecnicamente solidi, capaci di elevare il livello complessivo della manifestazione.

Poi si spengono le luci, si rimettono le miniature nelle scatole, si torna a casa. Ma qualcosa resta. Resta l’idea che, ogni tanto, anche quando il corpo cede, il gioco — come la vita — può decidere di aspettarti.

E questo, vale più di una coppa, vale tutto.

Stefano Torre

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