Il Subbuteo dalla A alla Zëugo – Z…ëugo

Eccoci qui, ultima lettera dell’alfabeto e (forse…) ultimo articolo.

È stata una bella avventura. Mi sono divertito parecchio.

A tanti non sarà piaciuto il mio modo di scrivere o gli argomenti che ho trattato, ma mi auguro di cuore che siano altrettanti, coloro che hanno vissuto questo mio delirio, come una sorta di piacevole appuntamento così come si aspettava la puntata della serie televisiva che non ci faceva impazzire, ma era diventata una compagnia, una sorta di tappa fissa, magari perché a quell’ora non c’era niente altro di più interessante.

Ho cercato di toccare vari aspetti di quello che continuo, e continuerò a chiamare, il nostro micro mondo perché eravamo e siamo solo questo. Un gruppetto di giovani, ormai non più giovani, che si ostinano a star curvi su un panno verde, per vincere il trofeo da esporre sulla mensola di casa o che esultano per non essere retrocessi nella serie minore di un campionato giocato in due weekend.

Ma siamo anche la risata dell’amico intanto che andiamo al torneo. Siamo la felicità di incontrarsi con lo spagnolo o il maltese che vedi due, tre volte all’anno. Siamo l’urlo del ragazzino che abbiamo convinto a giocare. Siamo lo sguardo che cerca il tuo della ragazza che ha appena sbagliato l’aggancio decisivo e vuole un cenno di conforto. Siamo l’abbraccio coi tuoi compagni di squadra, i tuoi amici. Siamo la soddisfazione di aver fatto goal con un’azione spettacolare o l’arrabbiatura per quella difensiva sbagliata. Siamo tutto questo. Anche se, purtroppo, siamo e per alcuni resteremo, sempre e solo un gioco. In genovese appunto Zëugo.

Un’intuizione della famiglia Parodi? La volontà di far rinascere ciò che sembrava destinato solo alle soffitte polverose? Ognuno darà la propria risposta. Fatto sta che un po’ di merito, se siamo arrivati fino a qui, dobbiamo darglielo! Quindi mi sembrava giusto che questo, che dovrebbe essere l’ultimo articolo di questa serie, terminasse proprio con una sorta di omaggio a chi non ha mai smesso di credere nelle miniature colorate perché ancora ci credono, nonostante tutto!

Alcuni di noi, con loro, credono che questo gioco possa riprendere quota e possa tornare ai fasti di un tempo, quando la maggior parte dei bambini conosceva a memoria il tabellone con le squadre e smaniava per avere il campo montato sul legno. Certo, la strada è ancora lunghissima e piena di difficoltà, ma continuo a vedere persone che, per vari motivi, credono che sia possibile cambiare.

Purtroppo vedo anche anche gente stanca. Stanca di come vanno le cose, di pagare quote sempre più alte, avendo poco o nulla in cambio. Di non sapere mai quali regolamenti dover seguire. Di non avere idea delle norme che regolano la creazione e la gestione di un club. Di non sapere cosa succederà nella prossima stagione. Se cambieranno ancora le regole. Se cambieranno le persone. Se esisterà ancora un’associazione che si occupi di Subbuteo e Calcio da Tavolo. Insomma le classiche domande pseudo esistenziali…

Lo so sembra un quadro drammatico e pessimistico. I maligni penseranno anche ad aspetti legati ad antipatie personali, ma se pensate questo, prendete davvero una grossa cantonata. Pensare che ciò che ho scritto, scrivo e scriverò, sia frutto di invidie, inimicizie, gelosie o che ci sia un ben che minimo tornaconto personale è sbagliato quanto pensare di poter saltare da un aereo in volo, senza farsi un graffio. In tasca non mi viene nulla, al mio club ancora meno. Anzi… Quindi non fate pensieri cattivi!

Personalmente non provo antipatie verso gli obbiettivi dei miei strali letterali perché sono contro le idee che non condivido, non contro le persone. Forse per troppa ingenuità o per un eccesso di fiducia nel prossimo, credo sempre che ci sia la buona fede ad animare le azioni delle persone anche quando tutto potrebbe far pensare il contrario. Poi, come dico sempre ad un amico Ternano, l’obbiettivo comune deve essere quello di divulgare la nostra passione il più possibile.

Che si usino basi piatte o basculanti, che si giochi sotto una sigla o l’altra, che si sia giocatori di serie A o semplici amatori, l’importante è che il nostro gioco, sport, micromondo, passatempo o quello che sia o significhi per ognuno di noi, resti in vita il più possibile.

Però, per fare questo, non serve solo sparare a zero su ciò che non ci piace. Serve rimboccarsi le maniche e, parafrasando una frase celebre, non pensare a quello che gli altri possono fare per noi ma a quello che noi possiamo fare per gli altri.

Quindi buon gioco… anzi… buon Zëugo! 

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