Il mio Subbuteo by Carlo

Primo tempo Il secondo tempo giovedì ore 12.00

Back!……. La prima volta che ho sentito mio fratello e i suoi amici pronunciare questa parola non capivo cosa significasse. Dalla cantina, luogo a me proibito, usciva questo strano vocabolo e poco altro. Qualche parolaccia, a volte cose impronunciabili, risate, urletti di soddisfazione, imprecazioni degne dei peggiori bar di Caracas e poi odore di fumo e profumo di mobili in legno… cosa strana visto che non mi risultava che la cantina fosse arredata! E allora, di nascosto, provavo a capire quale segreto inconfessabile fosse racchiuso in quei 5 metri quadrati.

E così scoprii che su un tavolo, era disteso un panno di cotone verde con tracciate delle righe in stile campo di calcio, due porte, una con la rete blu l’altra con la rete rossa, una specie di recinto verde con scritto Coca Cola, Ricard, Subbuteo e c’erano anche dei piccoli soldatini su una basetta tonda e una biglia di plastica bianca. Non capivo.

Poi, un pomeriggio, mio fratello mi chiamò e mi fece entrare in cantina raccomandandosi di “non toccare niente!” Mi fece mettere dietro la porta con la rete blu, mi mise in mano una piccola stecca verde e disse: “tieni questo e stai fermo!”. Impiegai qualche minuto a realizzare che in fondo alla stecca era attaccata una figura di plastica a forma di portiere e che venivo usato come ostacolo. Iniziarono ad arrivare le palline che si infilavano dentro la rete ma che non potevo toccare! Passò un po’ di tempo. A me interessava poco il calcio, in compenso giocavo con il Lego e sapevo tutto di Goldrake e Jeeg robot d’acciaio. Poi, si sa, si cambia e si inizia, a volte anche tardi, a scoprire che esiste un mondo fuori dalla cameretta. Altri ragazzi, altri giochi, si scoprono altri interessi, insomma si cresce. Anche l’accesso alla cantina, più volte proibito, cominciava ad essere sopportato… “basta che stai zitto!”. Allora infilavo la testa dentro quello che mi continuava a sembrare una “cosa da grandi”, finché non si ripresentò l’occasione di stare dietro alla porta con la rete blu. Stavolta però con il compito di “provare a parare”.

Da lì iniziai a capire non solo cosa fosse quel gioco ma anche quali fossero le regole e come si facesse a giocarlo. Ovviamente non potevo toccare nulla se non in presenza di mio fratello o dei suoi amici che controllavano che non rompessi qualcosa. Il passo successivo fu scoprire che si giocavano dei tornei ed anche dei campionati.

La famosa immagine pubblicitaria “Subbuteo” degli anni ’80

Si partiva la domenica mattina e si giocava. Diverse città, diverse persone, ma una costante, il profumo di mobili in legno. E così iniziarono i campionati e pur lamentandomi di non saper giocare, venni precettato per andare a giocare a squadre, come under, visto che, allora, era obbligatorio averne uno in squadra. Non ricordo quanti goal presi in quei mesi, ma forse è meglio così! Le avventure e disavventure della vita poi ti capitano addosso e ti stravolgono l’esistenza. La scuola, le amicizie, le prime ragazzine che inizi a vedere con gli occhi a forma di ormone, cominci ad inserirti nel mondo e senti l’esigenza di fare parte di qualcosa. Allora via con il pallone. Perché si sa, nulla aggregava come il fare due tiri.

Però la cantina è rimasta lì. Ogni tanto, quando andavo in garage a prendere la bici, ne vedevo la porta chiusa, sentivo sempre quel profumo di mobili che avevo finalmente collegato al gioco. Erano i prodotti per il legno che si usavano per lucidare le basette dei “soldatini”.

I giorni passano, diventano mesi, anni. Gli avvenimenti si susseguono. Eventi brutti, belli, nuove amicizie, nuove scoperte, la cantina finalmente libera da vincoli, la scoperta del mondo del lavoro, le prime morose, le compagnie, gli amici… E allora scopri che c’erano altre persone che conoscevano il gioco del Subbuteo. Ma ne conoscevano il lato prettamente ludico e non quello agonistico. Conoscevano le basi che girano, non quelle appiattite con maestria e furbizia. Le regole erano quelle per principianti con la tipica interpretazione ad personam!

Nel frattempo tu diventavi il maestro Joda che “sa come si gioca” e ti ripromettevi che, prima o poi, “ti faccio vedere io come si fa”. E quel momento arriva. Con quello che diventerà l’amico ed il complice di mille avventure e l’avversario di milioni di partite perché c’è l’andata, il ritorno, la bella, la bella delle belle, la bella dell’universo e chi vince questa, vince tutto. Perché si cresce sì, ma mai del tutto…

Fischio dell’arbitro. Fine primo tempo!

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