Gioco o sport?

Questa domanda è diventato un vero e proprio tormentone! Gente che lo ripete tipo mantra, ogni volta che si prova a fare qualcosa che vada un po’ fuori dagli schemi.

Tutte le volte che qualcuno prova a fare le cose seriamente. Tutte le volte che si fanno le cose, così… solo per divertirsi.

In entrambi i casi, si arriva sempre alla solita domanda pseudo filosofica. Noi, cosa siamo? Siamo un gioco? Siamo uno sport?

Come al solito, in queste discussioni, c’è sempre anche chi, molto “democristianamente”, si colloca nel mezzo per non fare torto a nessuno.

Io non sono un estremista ma credo che, se vogliamo immaginare un qualcosa di diverso dalle partite tra amici sessantenni, dovremmo ambire ad essere sport o provare ad andarci il più vicino possibile. D’altronde ci sono dei cosiddetti sport, così si definiscono, oltretutto riconosciuti dal CONI, che non riesco a capire cosa possano avere in più rispetto a noi.

Parliamo del bridge, della fotografia subacquea, della dama, del frisbee, del tiro alla fune, per citare le più eclatanti. Ora, diciamo che girare intorno ad un tavolo colpendo con l’unghia un omino di plastica, non è decisamente paragonabile ad una corsa ad ostacoli o al lancio del martello. Faccio però molta fatica a credere che sia meno faticoso dello spostare un “damone” o del pescare una carta!

Quindi?

Torniamo al discorso di partenza. Cosa vogliamo fare da grandi? Smettere quando saremo stanchi?

Lecito pensare di sì. Passano gli anni. Fare chilometri, stare in piedi per tutta una giornata, subire lo stress di un torneo importante o del campionato e la mattina dopo avere la sveglia alle cinque. Non credo ci possa essere qualcuno disposto a criticare chi continua a vedere questo, esclusivamente come un passatempo temporaneo. Purtroppo, guardando lontano e senza fare nulla, si arriverà sicuramente a quello.

Personalmente l’idea che fra cinque, dieci anni, questo “gioco” possa non esistere più, se non nella testa di qualche anzianotto o negli scatti della per noi famosa fotografa fiorentina, mi disturba parecchio. Perché mai?

Difficile da spiegare… Perché con questo “gioco” sono cresciuto. Perché ho conosciuto persone fantastiche. Perché ho vissuto, nel bene e nel male, momenti emozionanti. Perché la precisione, le traiettorie, il gesto tecnico, la giocata al volo, sono molto più difficili da fare che da raccontare. Perché lo sguardo del tuo compagno di squadra dopo una vittoria o del ragazzino che vince il torneo e poi ti abbraccia, si possono certamente raccontare, ma viverli… è un’altra cosa! Perché qualcuno quando gli racconti che giochi a Subbuteo, ti piglia in giro, ma quando vede sui social che hai vinto il torneo, ti fa i complimenti. Perché condividere una passione è quanto di più bello ci possa essere.

Allora bisogna provare a fare qualcosa di più. Bisogna riuscire a crescere ed a far sì che chi si approccia al nostro mondo possa vedere quello che vediamo noi ma anche che ci sarà un futuro, dopo di noi.

Per fare questo abbiamo necessità di avere regole chiare, una classe arbitrale, un settore giovanile, istruttori riconosciuti, una associazione vera e perfettamente funzionante. Poi, al modo italiano, abbiamo bisogno di conoscere le persone giuste. Ed abbiamo bisogno di opportunità. Abbiamo bisogno di persone che credano in ciò che fanno ed in ciò che siamo, senza se e senza ma ed anche senza tornaconto.

Non è poco, lo capisco. Ma al bivio ormai ci siamo da troppo tempo. Siamo lì fermi ad aspettare.

Ormai dovrebbe essere il tempo per decidere cosa vogliamo fare da grandi!

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