El Rey Leon – 4

Quarta ed ultima puntata

Respiro, chiudo gli occhi e la palestra scompare. Non temo il panno verde. Annuso l’aria, ne inspiro l’umidità e tutto quel verde si trasforma in un lago, riflesso del mio astro fortunato.

Annuso l’odore della savana e sento con me un’altra leonessa, Vittoria, che ha saltato la convocazione per una sfigatissima appendicite. Non tutto il male vien per nuocere, però, visto che nel ranking ha un punteggio talmente alto da meritarsi la nazionale. Nanerottola mia, lo so che sei qui con me. Resta con me.

Spalanco di colpo gli occhi e l’unghia, perfettamente limata, del mio indice tira un colpo netto, preciso, come se lo avessi provato e riprovato centinaia di volte durante gli allenamenti alla bocciofila.

Goal a due minuti dalla fine! Forse ce l’ho fatta. Riuscirò a passare il turno, sempre che Tauri non decida di umiliarmi con qualche nuovo volteggio di dita.

Mi sento come Aiolia contro Aldebaran nel Grande Tempio. Il vincitore potrà tenersi l’armatura d’oro dei cavalieri di Atena.

Mi piace la tensione che si respira. Mi sento viva e in grado di superare ogni cosa.

Aggancio, lancio, tiro.

– Stop. I referti sul tavolo del comitato organizzatore.

Ho vinto! Sono io il campione di Atena.

Ottavi, quarti, semifinale, finale. Sono un tornado. Non mi ferma nessuno.

Ora mi gira la testa.

Che succede? È già tutto finito?

Ehilà, salve a tutti! Oh mamma, quanta gente si vede dal podio! Non sembravano così tanti, prima di vincere. Mi gira la testa e le gambe poi… un disastro. Tremano come se fossi nel bel mezzo di una tempesta di neve. Eppure, ci saranno almeno 27 gradi.

Mannaggia a ‘sti pantaloncini informi e dalla lunghezza improbabile: al ginocchio. Vorrei tanto sapere chi è quel genio che li ha disegnati. No perché chi li ha scelti per noi donne lo conosco benissimo. Il Presidente della Federazione in persona. Un uomo. Mi chiedo come faccia mia mamma a dire che mi stanno da Dio. Sono larghi e mi abbassano di almeno cinque – cosa dico – sei o sette centimetri. Sono a vita bassa e mi fanno i fianchi enormi.

Alt un momento. Non avrò le gambe storte? Meglio dare un’occhiata… Naaa, sono dritte, affusolate e toste come me.

Peccato che con su ‘sta roba non mi senta propriamente una dea. Tutto sommato meglio. Sembro più piccola in questo momento. Almeno non noteranno il mio stato d’animo. Non lo sopporterei. Sono talmente emozionata che sto diventando paonazza. Vorrei stare là, sugli spalti, nascosta tra i tifosi. Vorrei stare su un trespolo, come un variopinto Diamante di Gould, ad osservare la gente passare. Mi piace la gente. Tutta. Tanto. Bella, buona; brutta, cattiva. E bella, cattiva; brutta, buona. O ancora, bella, brutta, buona, cattiva. Quante combinazioni si potranno fare? Tante quante gli schemi di gioco? O come le formazioni di una squadra? O di più? Come le costellazioni dell’intero universo? È per questo che gioco? Probabile.

Ora, però, vorrei solo scomparire, farmi piccina picciò come Pollicina e sparire.

Per favore, posso ritirare la coppa dei Campionati Italiani e tornare subito in albergo? Avrei bisogno di una decompressione dal carico così intenso di gioia, esaltazione, sudore, stanchezza e lacrime.

Se avessi con me il telefono chiamerei immediatamente Vittoria, per dirle che l’oroscopo aveva ragione. Dovevo tenermelo in tasca.

Peccato non sia potuta venire. Dividiamo tutto io e lei. Come fossimo sorelle a distanza.

Lei sa quanto io ami il panno verde; se potessi lo porterei sempre con me. Così in ogni giubbino, borsa o portafogli che sia ho infilato un rappresentante in miniatura di ogni squadra che non utilizzo più. Cresco io, crescono le mie miniature. Cambio io, cambiano le mie basi.

Dall’alto del podio sul quale sono stata trascinata dai giocatori del mio club, cerco il volto rassicurante di mio fratello e dei miei. Li vedo, schiacciati nel mezzo della calca di volti sudati e disfatti da un’intera giornata di reclusione sportiva.

All’improvviso, in mezzo a cori e urla da stadio, tra flash che mi accecano, Albi sale sul podio, mi ruba un bacio e nell’orecchio mi sussurra che siamo entrambi campioni, ora. Sono immensamente felice e incomincio stupidamente a piangere, mi commuovo e poi non so cosa diranno i miei della trovata del mio… moroso? Nell’oroscopo questo dettaglio non c’era, vorrei sottolineare.

Scendo barcollando un poco come se la coppa in plexiglass ambrato fosse uno scettro alato d’oro zecchino, tempestato di diamanti e zaffiri. La testa gira ancora. Lascio che la gente, gli amici, i compagni di squadra e il mister mi abbraccino e mi riempiano di complimenti quasi sdolcinati. Finalmente torna la calma.

Ritrovo il volto estasiato dei miei. Teo non proferisce parola, credo sia geloso, però mi abbraccia più forte che può e mi fa roteare come la gonna a vita alta per la quale sbavo da mesi.

Sono certa che sia orgoglioso di me. Papà non fa altro che farmi foto tutte uguali che poi posterà sul sito del club. Visualizzazioni: due. Tre se le guardo pure io.

Faccio due passi verso di lui e percepisco un soffice fruscio, lieve carezza tra le mie ciocche scompigliate.

– Domani pomeriggio andiamo da Berti per il tatuaggio.

Un bacio che scioglie ogni tensione e mia mamma aggiunge soltanto:

– Sapevamo che avresti vinto. Non ti serve leggere l’oroscopo del giorno per saperlo, ma vesti pure le stelle sulla tua pelle, se è il mantra che stai cercando. Ti adoro, fiera grande regina del calcio tavolo.

Sono trascorsi quattro anni, ho vinto e ho perso, perso e vinto. Sono ancora seduta sui gradini di una palestra. Ai mondiali di New York. El Rey Leon è ancora in tasca, ma questa volta anche nel cuore, sul quale ho scritto, almeno per ora, Luca. E Albi…? Ora è il nostro più caro amico, anche se soffre l’altitudine e di salire sul Cevedale con noi non ne ha alcuna intenzione, per ora continua a salire sul podio più alto del calcio tavolo e a noi non dispiace affatto.

Il tatuaggio? Me lo rifaccio quando voglio con l’hennè. È più comodo e lo posso indossare come e dove voglio.

Fine!

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