I blogger si presentano: Carlo Ciraolo

Eccoci qua, mi viene chiesto di raccontarmi… partiamo dall’inizio.

27 ottobre del 1971, mamma Bruna decide che è il giorno giusto per mettere al mondo l’ultimo di quattro figli. Papà Giuseppe è felice, ma pensieroso, considerando che il suo stipendio nell’esercito è l’unico ad entrare in casa ma si sa, dove mangiano in cinque, mangiano in sei. Infanzia difficoltosa come in molte altre famiglie monoreddito in quel periodo.

La scuola elementare procede bene. Il passaggio alle medie è come spesso accade, un po’ più complicato, soprattutto quando sei introverso, non benestante e poco sveglio. Nel frattempo, per non farsi mancare nulla, papà Giuseppe si becca un infartino, e non sarà l’ultimo, e mamma Bruna si ammala, per la medicina dell’epoca, in modo irreversibile.

Ovviamente in quella situazione in casa ne risentiamo tutti e non poco. Ci penserà allora l’oratorio a farmi da dopo scuola e da valvola di sfogo. Le partite a calcetto, a calcio-balilla, gli amici, le prime ragazze, gli scout. Insomma inizio a scoprire cosa c’è intorno a me.

Quando a Natale del ’87 la mamma ci lascia, sono un adolescente che ha rinunciato a proseguire gli studi, e ha già iniziato a lavorare, convinto dalle giuste esigenze economiche della famiglia.

Ho scoperto e vissuto sulla pelle il lutto ed il dolore per la perdita di un amico, ma anche che il concetto stesso di amicizia è qualcosa di talmente grandioso che assume contorni nettissimi e marcati in modo indelebile. Francesco ne è stato il primo esempio. Lui, i suoi genitori e sua sorella, che ancora oggi reputo la mia seconda famiglia. Maurizio prima insopportabile poi insostituibile, più di un fratello.

Con lui ho iniziato i primi passi nel mondo del Subbuteo agonistico. Prima in cantina, con le squadre di mio fratello, poi in giro per la Lombardia con il nostro club. Anni spensierati. Anni dove si giocava, si andava in discoteca e si passava il tempo libero su una panchina di cemento su uno dei viali principali di Cremona.

Poi si cambia. La vita ti cambia. E ci sono scelte da fare, famiglie da costruire, opportunità lavorative da prendere. Il club si scioglie. Ma come la brace nei migliori barbecue, la passione covava sotto la cenere.

Una mail, un link ed il commento “guarda cosa ho trovato!”. Pronti via tutto ricomincia anche se a 200 km di distanza. Nasce il Subbuteo Club Alfieri Torino e a Cremona si gioca lo “Stradivari Return”. Sembra passato un giorno invece sono più di dieci anni. Non è cambiato nulla ma è cambiato
tutto.

Siamo ancora qui. Io, Maurizio, suo fratello Andrea, Joseph lasciato bambino e ritrovato gigante, Paolo un genovese incazzoso quanto noi e tanta voglia di riprendere da dove avevamo lasciato. Certo abbiamo qualche capello grigio in più, mogli che ci sopportano, figli, lavori impegnativi. Ma ci siamo ancora.

Dopo qualche mese ci ritroviamo in una trentina e con una dozzina di ragazzini. Gli è piaciuto il gioco e vogliono imparare. Bene, bello. Ma dove ci possiamo trovare e soprattutto chi gli insegna a giocare? Maurizio impiega quasi un mese a convincermi. Alla fine cedo per sfinimento e mi ritrovo, in
oratorio, alla guida di un gruppo di ragazzini.

Io che ho sempre avuto la pazienza di un alligatore affamato, scopro che posso dare molto a loro e loro daranno tantissimo a me.

Mille emozioni, lacrime di dispiacere, esultanze per un risultato inaspettato ma fortemente voluto, l’abbraccio commosso per la vittoria del titolo italiano femminile della nostra ape regina Giulia.

Sono stato giocatore mediocre, allenatore, giocatore discreto, capitano. Ho vinto… poco. Dato il massimo… sempre. Allenato sì, ma più come uno zio che come un sergente di ferro. Perché per me il Subbuteo è passione, emozione, è il lato umano di chi condivide qualcosa in modo profondo non solo per il raggiungimento di una vittoria ma per i momenti che la compongono. Conoscere persone che condividono il tuo modo di vedere le cose siano essi italiani, spagnoli, maltesi o venusiani.

Eccomi qui adesso a rompere le scatole a tutti, nella speranza di essere finalmente visti come qualcosa di più di quelli che danno le schicchere ad una pallina.

Forse non saremo mai niente di più di quello che siamo, ma di certo io continuerò a dare il massimo… sempre!

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