Interviste Impossibili: STEFANO “BUNDI” DAL LAGO

Le interviste impossibili. Quattro chiacchiere con personaggi più o meno famosi, pronti ad essere riesumati a nostro uso e consumo e a dirci la loro sul nostro Micromondo. Si tratta di personaggi passati troppo presto a miglior vita, che hanno segnato, ognuno a modo proprio, il mondo dello sport. Ciò che ho scritto vuole essere un ricordo per loro e per le loro imprese e spunti di riflessione per noi.

Tengo a precisare che le domande e le risposte sono ovviamente inventate, e che non deve essere messo in discussione il profondo rispetto per le persone, le imprese e gli sport citati. Tutte le informazioni “tecniche” invece sono reali e riscontrabili. La principale licenza che mi sono preso, è di aver accostato a questi personaggi più o meno famosi, il nostro amato subbuteo/CDT con un taglio ovviamente fantasioso.

Buona lettura!

Ben trovati! Oggi conosceremo un giovane che ha lasciato ricordi sportivi entusiasmanti e, suo malgrado, un grande dolore e un vuoto ancora oggi, incolmabile. Stefano “Bundi” Dal Lago.

D. Salve Stefano, lei è sempre stato molto schivo ed introverso con i giornalisti, quindi il ringraziamento da parte mia, per aver accettato questa intervista, è davvero grande. Benvenuto! Spero di riuscire a far conoscere ai nostri lettori la sua storia nel modo migliore possibile.

R. Va bene. Ho accettato sopattutto perche mi piacerebbe che quello che è successo a me, non si ripeta più.

D. Lo capisco e spero proprio che queste righe possano lasciare un segno in chi ci legge. Partiamo dall’inizio. Chi è Stefano Dal Lago…?

R. Stefano Dal Lago prima di tutto è un giocatore di hockey su pista. Ancora prima di essere qualunque altra cosa, io sono quello! Sono nato a Trissino, un paesino in provincia di Vicenza, nel 1964. Fin da piccolo la mia passione era di correre con le rotelle ai piedi… Ho iniziato ad 8 anni con il Gruppo Sportivo Hockey Trissino, una società nata nel 1961 che ancora oggi si ricorda di me organizzando il “Torneo giovanile Stefano Dal Lago”. Per me pattinare e sempre stato tutto. Non c’era niente che potesse impedirmi di giocare, o almeno così ho sempre pensato…

foto: La Voce di Novara

D. La sua è stata una carriera prestigiosa in Italia ed anche a livello internazionale. 3 Scudetti, 4 Coppe Italia, 1 Coppa Europea per Club, 2 Campionati del Mondo. Il tutto a soli 24 anni! Una grande carriera! Una strada impegnativa per ottenere risultati a dir poco indimenticabili!

R. Già. Tanti sacrifici che però ho affrontato con leggerezza perché, per me, l’hockey era tutto. Sono convinto che questi risultati non sarebbero mai arrivati se a spingermi non ci fosse stato l’amore per i miei pattini a rotelle e per questo sport. I risultati sono stati la conseguenza di una passione. Una passione che, purtroppo, ha avuto un esito tragico per me, per i miei cari e per tutti i tifosi.

D. Parliamo dei suoi inizi. Abbiamo detto che i primi colpi di bastone sono cominciati ad 8 anni a Trissino. cos’è successo dopo?

R. Ero piccolo ma giocavo bene. Il Trissino poi era pieno di ragazzini talentuosi. Dopo tre anni abbiamo vinto la medaglia d’oro ai Giochi della Gioventù a Palermo. Nel 1980 ho fatto il mio debutto in prima squadra. 3 anni dopo a soli 19 anni, mi hanno chiamato nel pluriscudettato Hockey Novara. Lì ho vinto praticamente tutto e mi sono guadagnato le prime convocazioni in nazionale e due titoli mondiali.

D. Il secondo mondiale è arrivato nel 1988 insieme a scudetto, Coppa Italia e ad una finale di Coppa dei Campioni con il Novara. I giornalisti la chiamavano “la farfalla a rotelle” ed era considerato, nel suo ruolo, il miglior giocatore di Hockey su pista del mondo. Ma è stato anche un anno drammatico. Ce ne vuole parlare?

R. Mi scusi… non è semplice per me… è passato molto tempo ma è una ferita ancora aperta e che mai si chiuderà. Agli inizi di febbraio di quell’anno sono a Roma per dei controlli, al centro medico federale. Il 15, visto l’esito degli esami, mi hanno sospeso dall’attivita. Mi hanno trovato un lieve ingrossamento al ventricolo sinistro. È stato come ricevere un pugno in faccia da Mohammed Alì! Sospeso per due mesi, con la prospettiva di non poter più giocare. Di non poter più “rollare” sul parquet. Basta corse, basta goal, basta esultare con i miei compagni o condividere l’abbraccio dei tifosi. Basta. Tutto finito. Difficile rassegnarsi. Io, tutto sommato, mi sento bene e la sospensione arriva, giusto giusto, alla vigilia dello scontro con l’Amatori Vercelli. Non ci posso credere… e con me neanche il presidente Ubezio. Lui non si da pace. Siamo nel pieno della stagione, c’è da lottare ancora per tutti i principali trofei. Allora inizia una battaglia a colpi di certificati, ricorsi, comunicati stampa. Il presidente arriva al punto di minacciare il ritiro della squadra dal campionato e addirittura minaccia le sue stesse dimissioni. Alla vigilia della trasferta a Castiglione, avverte tutti pubblicamente che non presenterà la squadra alla partita se non arriveranno risposte ufficiali e definitive alla mia sospensione del 15 febbraio. Precisa che non contesta la decisione ma il silenzio successivo, secondo lui inspiegabile ed immotivato. Tanto clamore. Tanta rabbia. Tanto silenzio. Alla fine arriva il via libera. Mi fanno tornare a giocare.

D. Stefano fino a qui il suo è stato un racconto infinitamente doloroso. Ora intravedo un sorriso ironico. Cosa ci sfugge?

R. Nulla. È che ripensare a quei momenti, a ciò che è successo e come, è un uragano di emozioni contrastanti tra loro. La gioia dei risultati ottenuti. La paura e la tristezza per la sospensione. La gioia infinita di riprendere a giocare, le vittorie arrivate in quella stagione, il dispiacere di aver perso per la seconda volta la finale di Coppa Campioni contro il Liceo La Coruna e, ironia della sorte, sulla stessa pista de La Coruna, la vittoria contro la Spagna in finale ai mondiali. E poi la partita contro il Forte dei Marmi. L’ultima partita.

D. 27 settembre 1988. Partita di Coppa Italia giusto?

R. Sì. Una stagione strana quella. La squadra era stata costruita per ottenere grandi risultati. Il primo obbiettivo era proprio quella stramaledetta Coppa dei Campioni che a Novara non riusciva proprio ad arrivare. Il presidente Ubezio aveva già fatto alcune operazioni di mercato decisamente importanti. Alcune, come il passaggio di Colamaria e Pablo Cairo ai rivali di sempre del Vercelli, non visti proprio bene dai tifosi. Era arrivato Crudeli, carico di buoni propositi. Quella sera, contro il Forte dei Marmi, era in tribuna a guardarci. In panchina l’allenatore di sempre, il mitico Mino Battistella. In pista a pattinare accanto a me,  Bernardini, Givoni, Parasuco, Amato… i miei compagni. Tutti pronti ad affrontare questo turno di Coppa Italia. Impegnativo, certamente, ma non impossibile. L’affrontiamo con il giusto piglio perché Mino, voleva così. Mai sottovalutare l’avversario e “mi raccomando, diamo il massimo”. E noi giù a testa bassa, cercando sempre di dare il meglio. La partita sembra mettersi bene. Siamo in vantaggio. Certo è solo il primo tempo, ma siamo una squadra esperta. Mi arriva la palla. Stiamo gestendo, visto che manca un minuto alla fine del primo tempo. Giro dietro la nostra porta. Parasuco mi segue con lo sguardo, è attento e copre il primo palo. Io lo guardo, poi guardo l’avversario che mi viene incontro. Poi non lo vedo più. In realta non vedo più niente. Non sento più niente. Solo il freddo della pista sul volto. Sono caduto. Non capisco. Poi, in un attimo di lucidità, sento urlare, capisco che tutti corrono verso di me. E poi basta. Solo lacrime. Lacrime di disperazione intanto che provano a rianimarmi, ed anche durante l’inutile corsa all’ospedale. Lacrime di rabbia per chi ripensa a quel 15 di febbraio. Alla decisione di fermarmi e a quella di farmi giocare di nuovo. Un giornale titolò “La tragica notte dell’Hockey” perché io persi la vita ma il nostro sport subì una sconfitta non da poco. Ed anche il Novara restò profondamente segnato da quella sera. La stagione finì male e in quella successiva ci fu la retrocessione in A2. Ci vollero cinque anni per rivincere lo scudetto. Il mio amico Givoni lascio l’Hockey alla fine di quella stagione dedicandomi la vittoria. La città di Novara poi mi intitolò il palazzetto dello sport.

Foto: La Voce di Novara

D. Dopo il suo racconto non riesco a dire che è una bella soddisfazione… La sua storia è davvero toccante e dovrebbe far riflettere. Senza dubbio si sono fatti passi da gigante nella medicina sia in termini di terapie che di prevenzione. Ma i dubbi sulla sua vicenda e su tutte le situazioni che si verificano nel mondo dello sport, restano troppe volte in bilico tra il diritto alla salute, lo spettacolo che deve continuare e gli interessi economici che troppo spesso prendono il sopravvento su tutto e tutti. A questo punto l’intervista prevedeva che parlassimo di Subbuteo, della sua ref. 53 e dei tornei che organizzava a casa dei suoi compagni squadra. Ma è un’altra storia, forse un po’ meno importante…

R. Va bene, teniamocelo per la prossima volta…

D. D’accordo Stefano. Intanto grazie per averci raccontato la sua vicenda…

Un grande ringraziamento a Stefano “Bundi” Dal Lago e a chi è arrivato fino a qui. Non è mai semplice raccontare dei fatti tragici.

Speriamo di raccontarne sempre meno… Alla prossima!

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