Interviste Impossibili: DRAZEN PETROVIC

Le interviste impossibili. Quattro chiacchiere con personaggi più o meno famosi, pronti ad essere riesumati a nostro uso e consumo e a dirci la loro sul nostro Micromondo. Si tratta di personaggi passati troppo presto a miglior vita, che hanno segnato, ognuno a modo proprio, il mondo dello sport. Ciò che ho scritto vuole essere un ricordo per loro e per le loro imprese e spunti di riflessione per noi.

Tengo a precisare che le domande e le risposte sono ovviamente inventate, e che non deve essere messo in discussione il profondo rispetto per le persone, le imprese e gli sport citati. Tutte le informazioni “tecniche” invece sono reali e riscontrabili. La principale licenza che mi sono preso, è di aver accostato a questi personaggi più o meno famosi, il nostro amato subbuteo/CDT con un taglio ovviamente fantasioso.

Buona lettura!

Ben trovati. Oggi abbiamo il piacere di avere con noi un giocatore che ha scritto pagine importanti del basket Jugoslavo e Croato che è stato anche un collezionista di gadget NBA e di squadre di Subbuteo HW. Diamo il benvenuto a Drazen Petrovic!

D. Benvenuto Mister Petrovic! È un piacere averla con noi!

R. Grazie! Capisco che per voi sia un piacere, lo è anche per me! Mi dia pure del tu… prego…

D. … Certo… grazie… molto cortese da parte tua… partiamo da alcune informazioni sulla tua vita.

R. Va bene. Sono nato a Sebenico in Croazia, ex Jugoslavia. Ho capito fin da subito che la mia vita l’avrei dedicata al basket. Un po’ perché in quel periodo la pallacanestro da noi era molto in voga, un po’ perché mio fratello maggiore Aleksandar giocava, un po’ perché a 15 anni ero già alto 1 metro e settantasei, un po’ perché avevo capito di essere tra i più forti giocatori in circolazione.

D. Capisco il tuo punto di vista. Sicuramente la tua carriera ed i risultati ottenuti sono lì a dimostrarlo, ci mancherebbe. Questa tua sicurezza però è stata anche motivo di allontanamento da Portland dove avevi portato la squadra in finale di NBA! Nessun rimpianto?

R. Quasi nessuno! Chi mi conosce bene sa come la penso e sa i risultati che ho ottenuto. Molti cambiamenti. Di squadra, di città, di continente, di allenatori. E tanti sacrifici. Sudore. Impegno.

D. Nulla da dire, ci mancherebbe. Sei stato un giocatore sicuramente importante in tutte le squadre dove hai giocato. Zagabria, Real Madrid, Portland appunto e poi New Jersey Nets, la nazionale Croata le Olimpiadi…

R. Esatto. Potrò sembrare antipatico e presuntuoso ma i fatti dicono questo. A 17 anni ho portato lo Sibenik di Coach Slavnic in finale di Coppa Korac. A venti, appena arrivato nel Cibona Zagabria, in lega jugoslava, segno 43,3 punti di media a partita e trascino la squadra al titolo nazionale e alla vittoria di due Coppe Campioni, 1 European Cup più varie coppe nazionali e vincendo diversi titoli personali. Nella mia prima partita contro l’Olimpija Ljubljana mi sono presentato con 112 punti. Che ne pensi? Non male, vero?

D. Accidenti Drazen, decisamente un gran punteggio ed un inizio di carriera niente male davvero! Parliamo del campionato ’85 – ’86, giusto? È in quella occasione che hai conosciuto il Subbuteo?

R. No. In quegli anni ero totalmente concentrato sul basket. Non mi interessava altro. È stato nel 1988, quando mi ha acquistato il Real Madrid. Ero considerato il giocatore più forte d’Europa, mi offrirono un contratto da 4 milioni di dollari all’anno. Avevo diversi contatti per fare pubblicità ed un giorno mi avvicino un tizio che voleva farmi fare da testimonial di un gioco da tavolo sul calcio. All’inizio mi ha fatto quasi arrabbiare. Mi sembrava una mancanza di rispetto nei miei confonti, propormi di sponsorizzare qualcosa sul calcio… Dissi di no! Ma era un tipo ostinato. Riuscì a convincermi ad andare a casa sua per farmi vedere. Mi aveva detto di avere la riproduzone in miniatura della Jugoslavia di Katanec, Stojkovic e Davor Suker… bellissima… è diventata la prima squadra che ho comprato ed il pezzo più importante della mia collezione. Tutte rigorosamente HW. Le altre squadre, gli altri omini… non mi interessano…

D. Sono colpito. Quante squadre avevi?

R. Tra le originali e quelle che mi feci fare su ordinazione ero arrivato a circa 480 pezzi.

D. Tanta roba!! Numeri veramente importanti.

R. Se consideri che nella prima stagione al Real in 5 partite ho fatto 207 punti, 42 in gara 4 della finale scudetto, 62 in finale di Coppa delle Coppe contro la Snaidero Caserta di Nando Gentile, diciamo che sì, mi piacciono i numeri importanti.

D. E i gadget del NBA?

R. Quelli sono arrivati dopo. Nella stagione ’89 – ’90. Ormai mi ero convino di essere il giocatore europeo più forte. Avevo vinto praticamente tutto. Volevo dimostrare di poter giocare insieme ai grandissimi del basket americano. Ero stufo di collezionare coppe. Volevo una sfida vera. Appena arrivato a Portland siamo arrivati in finale. Se eravamo arrivati fino a lì, il merito era solo mio. Invece di darmene atto mi diedero la colpa della sconfitta in finale con Detroit. Dicevano che in campo ero troppo egoista. A quel punto la soluzione migliore per me fu di andare a giocare coi New Jersey Nets. Anche lì sono andato benino con 20 punti di media a partita. Ricordo cosa disse Vernon Maxwell nel prepartita contro Houston: “Deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il c..o!!”. Mi fece innervosire… Gli chiusi la bocca facendo 44 punti. Dicono che mi stia ancora cercando per il palazzetto…

D. E i gadget?

R. Ne ho, anzi ne avevo, davvero di tutti i tipi… tazze, portachiavi, spille, calzascarpe, cavatappi, spazzolini… avevo veramente di tutto… l’ultimo periodo avevo deciso di catalogarli, anche perché, a volte, li compravo due volte…

D. Purtroppo la sorte non ti ha permesso di farlo, vero?

R. Proprio così. La sorte, le scelte… È stata una giornata strana. Giocavamo contro la Polonia una partita di qualificazione agli Europei. Giocai bene. 30 punti. La squadra aveva l’aereo per rientrare. Io e la mia fidanzata Klara (attuale moglie del calciatore Oliver Bierhoff – n.d.r.) e un’amica, avevamo deciso di rientrare in auto. In Germania, vicino a Denkendorf, io dormivo, una nostra amica era dietro, e Klara guidava. Un camion, per evitare un altro veicolo, aveva invaso la corsia mettendosi di traverso. L’impatto era inevitabile anche per la scarsa visibilità in quel momento. Io ero senza la cintura di sicurezza. È successo tutto in un attimo. Non mi sono accorto praticamente di nulla.

D. Tutti gli appassionati di basket e dei grandi dello sport ti ricorderanno sempre. Per tutto quello che hai rappresentato per la tua nazione e per la pallacanestro. Chiudiamo questa intervista, prima di tutto ringraziandoti. Poi invitando i nostri lettori alla visione del documentario “Once Brothers” sulla tua carriera e su quel episodio che coinvolse il tuo amico Vlade Divac e sulla drammaticità dell’odio etnico e religioso di quegli anni. Voglio infine ricordare che sei il primo ed unico europeo ad essere stato inserito nel terzo quintetto NBA del ’92 – ’93 ed il secondo non statunitense di sempre dopo il nigeriano Hakeem Olajuwon. Sei davvero un uomo dei record… Grazie ancora!

R. Grazie a te e a tutti i tuoi lettori! Buona vita!

Grazie a tutti allora e alla prossima intervista…

https://youtu.be/djOIqEqjeKI

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